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2002 - Olanda di Giorgio "Jezz" Tricarico



4 AGOSTO 2002
Avevo una voglia immensa di partire da almeno un mese...
Sento una grande eccitazione, percorriamo la stessa strada che un anno ed una settimana fa ci portò verso la Finlandia: da Milano verso Como, direzione Lugano – Zurich – Basel.

Non ricordavo quasi per nulla la Svizzera del tratto d’andata, forse l’altra volta ero già con la testa alla meta finale, la Finlandia e alla mia fidanzata, Kata, che mi aspettava là; stavolta invece me la godo moltissimo, con il sole e un bel cielo azzurro. Fino al Gottardo è un susseguirsi di verdi prati, montagne, qualche specchio blu di laghi ed è tutto molto bello.

Il traforo, dopo l’incidente del 2001, è regolato da un brevissimo semaforo, c’è tanta coda e ci fermiamo per consultarci e decidere se fare in alternativa il passo, ma di certo si allungherebbero i tempi. Decidiamo di fare il tunnel, le moto superano in breve la lunga colonna di auto e camper e stavolta l’aria in galleria è meno rovente, si arriva solo a 32° gradi.

Usciti dal tunnel però ce ne sono 18°, il bel tempo è andato via. Inizia a piovere e indossiamo tutto l’indossabile; passata Basel entriamo in Germania, io saltello sulle pedane della moto, come vidi fare a Fogarthy dopo una vittoria, ad Assen credo, Kata fa lo stesso e questo gesto lo abbiamo poi fatto ogni volta che passavamo una frontiera e ne avremmo passate parecchie.



Dopo una settantina di chilometri e un pieno vero di benzina (indimenticabile al distributore, lui e lei, olandesi, alla guida di due sidecar con tre figli nelle carrozzette [maschietto e femminuccia col papa' un altro ragazzino con la mamma] e carichi di bagagli) siamo gia' a Friburgo, la nostra amata Friburgo. Di lì a poco scopriamo che Dionisos, la locanda greca dove alloggiammo l’anno scorso è al completo e guidiamo verso il Tourist information.

Grazie all’edicola elettronica (che funziona quando il Tourist è chiuso) troviamo subito posto da “Zum Lowen” (45 euro la doppia) a Lehen, quartiere periferico. Alla faccia della periferia! Al termine di un lungo stradone, costeggiato da condomini graziosissimi e percorso dai colorati tram di Friburgo, inizia Lehen, casette piccole, tetti a punta, limite a 30 km/h.

Il tipo che gestisce la Gasthaus è un mito, sembra un inglese, guida una Daimler, ascolta a palla musica classica e ci accoglie con un bicchiere di bianco dello Schwartzwald! Cordiale e riservato al contempo, ci da' le stanze e chiacchieriamo dell’Italia e dei posti in cui è stato e ci dice che lui ha posto solo per una notte, ma che per la notte seguente ci avrebbe pensato lui a trovarci un posto nelle vicinanze.

Scarichiamo tutto, le stanze sono un po’ povere ma va bene così, via verso il centro.
10 minuti di citta' e riappaiono le belle case colorate, la cattedrale gotica con il suo torrione traforato, i canaletti d’acqua, le piazzette di questa cittadina in cui potrei vivere volentieri.

Per cena ci sediamo dentro lo stesso locale dello scorso anno, ai piedi della cattedrale. La stanzetta arredata in modo esotico con cuscini colorati esalta subito Kata; un po’ meno ci esalta sentire l’idioma patrio dal tavolo vicino...

Soltanto la camerierina che si è incazzata perché non le abbiamo dato la mancia e non ha nemmeno accettato le nostre richieste di spiegazione&scuse è stata una nota stonata e assolutamente inaspettata (quando mai abbiamo dato una mancia l’anno scorso e suscitato reazioni di biasimo?), ma a parte questo, l’accoglienza della citta' è stata degna.

5 AGOSTO 2002
Oggi il tempo è molto bello e la classica, abbondantissima, colazione ce la serve il tipo, impeccabile, ci da' persino i sacchettini per farci eventuali panini con gli avanzi! Inoltre ci ha gia' prenotato due doppie, a cento metri da lì, da “ZUM HIRSCHEN”, (che sembra tratto da un discorso del Furher e invece significa “al cervo” e difatti una testa di cervo dorata troneggia sulla facciata): è un posto molto bello (57 euro la doppia, ma li vale), io e Kata siamo addirittura in una mansardina con doccia in camera, davvero bella.

Ci giriamo bene tutto il centro, scoprendo angolini che non avevamo visto armati di macchine fotografiche. Entriamo nella cattedrale, saliamo sulla torre e ci godiamo la bellissima vista della citta' e della Selva Nera che la abbraccia da un lato.

“Dai, andiamo anche sulla collina che domina la citta', che abbiamo di fronte!” Tornati alle moto vedo da lontano un foglietto sul tappo del mio serbatoio: non sara' mica una multa??a'Invece è un bigliettino da visita di un socio del VFR-italia-club, che, avendo visto l’adesivo del club sulla mia targa, saluta e ci invita a fare due pieghe in Foresta Nera per la mattina seguente! Questo è l’unico contatto da parte di italiani all’estero che mi abbia fatto piacere!

Arriviamo ai piedi della collina e saliamo mentre il centro della citta' ci appare dall’alto.

Scendendo, attraversiamo un bel quartiere residenziale, mentre Mik filma un falco che volteggia nel cielo, poi risaliamo per cenare in un posto all’aperto quasi in cima al colle da cui si vede Friburgo al tramonto; è un posto da festa paesana, con i baracchini e le panche di legno. Cena un po’ più ruspante ma mezzo litro di buona birra a testa, degno epilogo di una bella giornata.

6 AGOSTO 2002

Il tempo e’ bruttino: partiamo alla volta di Colmar, che raggiungiamo in breve tempo attraversando il confine francese e il Reno. Appena in Francia, la guida diventa più italiana, sparisce lo stretto rispetto del limite e quel che è peggio spariscono distanza di sicurezza e rispetto in generale.

Colmar e’una piccola e graziosa cittadina alsaziana, tutte casette a graticcio di legno colorate e vicoli caratteristici. Abbiamo camminato per il grande centro trascinandoci caschi e borse e forse per questo, forse per i tantissimi turisti (tantissimi italiani) mi è “piaciuta sì–però”.

Deve essere molto bella di sera, magari con meno persone e con le casette illuminate, ma la nostra meta serale è Strasburgo.
Ci arriviamo con un’alternanza di nubi e pioggerella, e mentre giriamo per trovare l’insegna del Tourist Info , mi guardo in giro e penso che questa è davvero una “capitale”: difatti è capitale dell’Unione Europea dal 1949; case belle, strade belle, palazzi, i parchi e la zona dei Palazzi d’Europa ma... del tourist nessuna traccia.

Ci salva un italiano, che ferma la sua macchina dietro di noi, fermi in una stradina evidentemente spaesati: il Sig. Lupo, solo di nome, come ha sottolineato lui, e’ un tour operator che vive a Strasburgo da trent'anni e con la tipica solidarieta' dell’italiano all’estero quando incontra un suo compaesano, ci guida fino ad un hotel della catena B&B, molto diffusa in Francia, appena fuori citta', sulla tangenziale.
Ci ha proprio tolti di impaccio, lo ringraziamo molto, lui gigioneggia, ci racconta che c’e’ delinquenza in citta', occhio alle moto, anche in Olanda, si sono fregati addirittura il pulmann dei turisti e via dicendo.


L’hotel B&B sembra un motel dei film americani, con corridoi esterni con tante anonime porte e le auto parcheggiate davanti, ma e’il posto in cui paghiamo meno di tutta la vacanza (34 euro la doppia) ed è dignitoso.

Il cielo è nero minaccioso ma non piove, andiamo in citta' con le moto, ma prima passiamo a vedere bene i Palazzi Europei: c’e’ il parlamento che è un’impressionante e grandissimo palazzo di vetro, prima di partire vorrei la foto delle moto lì davanti.

Lasciamo le moto in centro e camminiamo, alla ricerca di un tavolo: ci sediamo in un grazioso ristorante in piazza Gutemberg (che qui ha dato inizio all’editoria). Ci va molto bene perché paghiamo il giusto.

Rifocillati, giriamo intorno alla maestosa cattedrale gotica, iniziata nel 1176 e terminata tre secoli dopo; la guglia, alta 142 metri, ne fa il duomo più alto di Francia, eppure non mi fa l’impressione che ci fece l’enorme cattedrale di Colonia.

Arriviamo a piedi quindi nel bel quartiere della Petite France, un tempo abitato da pescatori e mugnai, con casette a graticcio tipo a Colmar, canali e ponticelli e ristorantini. A me Strasburgo piace molto.

7 AGOSTO 2002
Oggi è il mio compleanno! Andiamo a fare colazione in centro, offerta da Kata, con cappuccini e dolci in abbondanza, gli amici mi danno i loro regali e mi appioppano così un peso in più da portare in viaggio! Torniamo alla cattedrale, la visitiamo perché merita davvero, poi torniamo alle moto, andiamo al Palais d’Europe a farci le foto e ripartiamo per il Lussemburgo mentre il tempo migliora e ci fa godere del bel paesaggio in avvicinamento al Granducato, cui accediamo attraversando un ponte sulla Mosella.

E’ un paesaggio di mucche, piccoli paesini, casette di pietra, foresta e tanto verde quello del Lussemburgo e a Kata piace tantissimo, soprattutto perché non c’è in giro davvero nessuno!


La Citta' del Lussemburgo è adagiata in un paesaggio incredibile: il nucleo storico della citta' è su un cocuzzolo costeggiato da due canyons con due fiumi a fondo valle e collegato da ponti al territorio circostante: bellissimo!

Ma come a Strasburgo, c’è qualche difficolta' in più per trovare un giaciglio: il Tourist Info è all’interno della Stazione centrale (piena di gente, soprattutto, ma va?, italiani), ci da' l’elenco degli hotel e dobbiamo scegliere noi.

Adatti alle nostre tasche ci sono solo l’Hotel Carlton, l’Hotel Bristol e la pizzeria hotel Bella Napoli, tutti e tre nella stessa via, vicina alla stazione, una via che pullula di night club, sex shops e facce poco rassicuranti, mentre sulle strade sfrecciano auto sportive costosissime, Mercedes, BMW, ecc, guidate sempre da tamarri che sgommano.

Essendo il Carlton al completo, ci “accoglie” il Bristol.
50 euro per la doppia, bagno fuori sul piano in comune a tutte le stanze. Io non ci ho voluto mettere piede. Le stanze sono arredate con mobili vecchi, c’è odore di aria viziata, a me fa schifo e ancora oggi non mi capacito del perché Kata, spalleggiata da Mik, abbia voluto tenere il bigliettino dell’hotel: io non ci voglio più tornare, anzi, voglio dimenticarmi di averci dormito!

Lasciamo le moto in un garage a pagamento e andiamo in centro a piedi. Il paesaggio è davvero suggestivo, una bella chiesa e dei palazzi nobili in centro ci sono, ma altri sono in stile moderno.

Essendo la sera del mio compleanno vorrei mangiar bene, ma una accurata occhiata ai prezzi ci suggerisce di cenare da Pizza Hut, dove comunque una margherita piccola costa 6 euro e non riusciamo a spendere meno di 12 – 14 euro. Kata, sulla via del ritorno, prende una bottiglietta d’acqua da 25 cc da Mc Donald’s: 2 euro e 37. Oh, bello il Lussemburgo, però...

Prima di arrivare all’albergo passeggiamo sulla strada panoramica che costeggia i canyons e visto da qui è davvero un bel posto; scopriamo anche le casematte, una fitta rete di cunicoli e cavita', il nucleo originario della citta' fondata verso la fine del X secolo, di cui sono rimasti decine di chilometri di gallerie, utilizzate nei secoli nelle battaglie, fino alle recenti guerre mondiali.

8 AGOSTO 2002
La colazione è in tono un po’ minore, come d’altronde l’albergo. Visto il tipo di posto, un po’ alla Montecarlo, non è facile trovare da dormire a poco prezzo e non esistendo bed&breakfast in citta', l’unica sono gli hotel, perciò se uno può spendere, magari trova posti più degni. Il tempo è incerto e prima di partire andiamo a visitare le casematte, patrimonio dell’Umanita'; è un giro molto suggestivo tra cunicoli e scorci bellissimi sul canyon, merita davvero e costa poco più di un euro!!!

Attraversiamo il Lussemburgo del nord e arriviamo alla verde distesa delle Ardenne: eccoci nel Belgio! La strada che stiamo percorrendo si sovrappone per qualche decina di chilometri a quella dell’anno scorso: Saint Vith, Malmedy, Spa-Franchorchamps, Verviers… l’anno scorso ci fermammo a vedere il circuito di Spa, sulla via per Aquisgrana.

Ora la nostra meta è Maastricht e ci arriviamo nel primo pomeriggio, il primo contatto con il suolo olandese.

Anche qui non troviamo subito il Tourist Info, che è proprio in centro, e non è facile trovare il ponte per scavalcare il grande fiume, la Mosa, che divide la citta' in due parti, ma dopo un tentativo che ci porta nelle vicinanze del moderno palazzo dove nel 1991 è stato stipulato il Trattato che ha fissato tempi e modi dell’entrata in vigore dell’Euro, riusciamo ad arrivare in centro.


Mentre Mik e Kata vanno in missione, io aspetto e mi godo lo skyline di meta' Maastricht che si rispecchia nella Mosa: è proprio vedendo una foto su un librone degli itinerari d’Europa, scattata esattamente da qui, che mi venne voglia di inserire Maastricht tra le nostre tappe. Ha l’aria un po’ scandinava e a Kata, difatti, è piaciuta subito.

I due esploratori tornano con aria soddisfatta: abbiamo una doppia (40 euro) ed una singola (30 euro) in un bed&breakfast in un piccolo paese a 10 minuti di moto dalla citta'.

Costeggiamo un canalone, attraversiamo delle pesanti chiuse di metallo, e lo costeggiamo dal lato opposto, poi una curva alberata e di nuovo costeggiamo un ampio canale su cui si affacciano graziose casette e arriviamo a Borgharen, alla casa dei coniugi Van Der Linden (Indirizzo/i di posta elettronica: lindenbuck1@home.nl).

Sono tutte villette a schiera graziosissime, è un posto che ispira un senso di pace: ci accoglie Henriette con un sorriso rassicurante, ci accompagna alle due stanzette al primo e al secondo piano e… sono graziosissime, quella di Mik è una mansardina, la nostra è tutta gialla!

Seduta stante decidiamo di fermarci anche la notte successiva; Maastricht, sebbene piccola, ci ispira e poi quella sistemazione ci ha fatto venire voglia di rilassarci un attimo e riprendere il viaggio ritemprati.

Il giro parte con la scoperta che la citta' ha solo posteggi a pagamento, oppure per residenti. Un tipo in bici cui chiedo informazioni (magari le moto non pagano, come spesso avviene) mi dice che anche se siamo italiani dobbiamo pagare come gli altri.

Ah.

Da qui abbiamo iniziato a notare come in Olanda, di primo acchito l’italiano non sia graditissimo. Purtroppo c’è sempre un motivo, lo avremmo capito appieno ad Amsterdam.

Il centro è grazioso, ricco di edifici antichi (pare siano ben 1500 sotto tutela) ma anche di negozi di ogni tipo; il cuore del centro storico è una grande piazza alberata, il Vrijhof, su cui si affacciano curiosamente due chiese vicine, girate “di sedere”: la basilica di S. Servazio (del 1039, in stile romanico), cattolica e la chiesa di S Giovanni (della fine del 1300, in stile gotico), protestante.

Per cenare troviamo un posticino carino, il Minckelers, accanto alla pizzeria “Da Giovanni” (ce n’è una in ogni citta'; se ti chiami Giovanni, hai certamente la possibilita' di aprire una pizzeria in Europa), nella piazza della Borsa: è uno dei posti alla buona, tipo pub, dove ho mangiato meglio dell’intera vacanza.

9 AGOSTO 2002
La giornata sembra un po’ nuvolosa, ma ci sono circa 22° gradi: la padrona di casa allestisce la colazione su un tavolo sotto un gazebo in giardino, circondato da decine di vasi di piante e fiori... oltre, solo prati. La colonna sonora di versi di uccelli mai sentiti completa il quadro e la nostra colazione, ricca di cose dolci e salate, buonissime, si protrae per un’ora buona! E chi cacchio vuole andare più via???

Ma che bello sarebbe poter iniziare la giornata così anche quando si lavora… Da lì al centro della citta' ci si mette 20 minuti in bici… Il marito di Henriette, Nico, ci ricorda che, però, l’Olanda è molto popolata e che ci sono fabbriche ovunque, perciò l’aria non è così pulita, ma a noi sembra un posto da sogno e siamo felici di poter rimanere lì due notti.

Ripercorriamo i canaloni, la strada ha dei dossi per rallentare la velocita' e ce n’è uno che, preso in seconda in accelerazione, porta a fare una “penna” stupenda, che sia io sia Mik non perdiamo occasione di fare: bellissimo!!!!

Furbamente, su consiglio di Nico, lasciamo le moto nel parcheggio di un supermercato, così non paghiamo: tiè al tipo con la bicicletta di ieri!

Costeggiamo la Mosa a piedi, mi sento bene mentre passeggio mano nella mano con Kata. Torniamo in centro, visitiamo la trecentesca chiesa cattolica di Nostra Signora, consigliataci dai nostri padroni di casa; nella piazzetta antistante c’è uno spettacolo ambulante per bambini: erano secoli che non ne vedevo e c’erano seduti in cerchio un sacco di bambini e bambine; tornati al Vrijhof, saliamo sulla torre della chiesa protestante, 78 metri e un sacco di scalini; vediamo le campane e poi la vista panoramica sulla citta': da un lato c’è la basilica cattolica, dall’altro lato un bel palazzo, residenza dei duchi del Brabante. Accanto alla basilica c’è un chiostro medievale e lo sbirciamo dall’ingresso (si entra a pagamento), poi ci perdiamo nel centro, per uno spuntino al volo.

Torniamo soddisfatti a dormire nella bellissima casetta dei Van Der Linden, pregustandoci un’altra immensa colazione in giardino!

10 AGOSTO 2002
Infatti passiamo un’altra ora a polleggiarci in quel giardino e a mangiare di tutto (ci facciamo pure i panini per il pranzo); ci hanno trattati molto bene, sono gentili e accoglienti, ci danno anche qualche indirizzo e numeri di telefono per dormire nei dintorni di Amsterdam. Caricate le moto, partiamo e ho l’immagine di loro due vicini, sulla porta di casa, che ci salutano con la mano.

In un quarto d’ora si raggiunge il confine belga (andando in direzione opposta, ci sono il confine tedesco e Aquisgrana a una cinquantina di km), i paesini sono gia' diversi, casette in pietra scura, incredibile come basti attraversare l’immaginaria linea di un confine deciso dall’uomo.

La nostra meta è Antwerpen, in italiano Anversa. Accade esattamente come accadde un anno fa, quando vidi che sfioravamo Spa: siamo in autostrada e vedo un cartello: Zolder.

Quando può ricapitare di passare da queste partia'Nella frazione di secondo che il mio cervello impiega per formulare questo pensiero ho gia' messo la freccia e preso un’altra autostrada.

Si correva il Gran Premio del Belgio di Formula 1, negli anni in cui non si correva a Spa, a Zolder. E nel 1982 vi morì in un bruttissimo incidente Gilles Villeneuve.

Avevo quasi 12 anni, ricordo ancora, era la sera dell’8 maggio, la mia famiglia è a tavola per la cena quando suona il telefono: risponde mio padre e lo sento urlare “Chiiii?” con un tono di voce che mi mise in agitazione, perché era un tono da brutte notizie: papa' va in camera da letto e io lo seguo, appena accende la tv appaiono subito le immagini del terribile volo della Ferrari numero 27 di Gil, che alla curva Terlamen, per un malinteso con un pilota più lento, Jochen Mass, urta la sua ruota posteriore e decolla e inizia una carambola che ha fine con l’auto distrutta in mezzo alla pista e il pilota scagliato lontano contro le reti.
E’ in coma gravissimo, ma non danno ancora la notizia che è morto.
Ricordo bene questo flash e le mie lacrime sul cuscino, di notte, mentre pregavo che Gil non morisse.
Era il mio idolo automobilistico e anche quello di mio padre e di milioni di ferraristi.
Era un pazzo, ma era velocissimo e tutto coraggio.

Queste immagini scorrono nella mia mente, sovrapposte al paesaggio che attraversiamo, strade nei boschi, fino all’ingresso dell’autodromo: Welcome to Zolder.


Con le moto entriamo e arriviamo fino al paddock, mentre scorgiamo in pista un sacco di motociclisti!

Hanno prenotato dei turni di prova, ci sono moto di ogni tipo, da quelle da smanettoni alle BMW, dalle Hornet agli scooteroni!

E’ incredibile, come sia diverso a Monza, dove ti fermano, devi pagare comunque un ingresso, è tutto recintato… lì si arriva fino sulla corsia dei box, dove parcheggio la moto!

Stanno rientrando per il pranzo e si potrebbe entrare in pista con le nostre moto se solo volessimo (poi magari ci avrebbero menati, non so, ma sono stato tentatissimo). Entriamo a piedi sulla griglia di partenza, ci scattiamo le foto sul podio!!. I piloti ci invitano pure a comprare salsicce e panini o birre al loro box!

Missione compiuta, possiamo puntare di nuovo su Antwerpen.

Parcheggiamo davanti alla stazione, molto bella peraltro, ma intorno a noi è esattamente come nei dintorni della stazione centrale di Milano al suo peggio. Vanno ancora i prodi Mik e Kata a cercare notizie e tornano con un’espressione così così: “C’è solo una tripla, 85 euro”.

Anversa è strapiena di gente e il tipo del tourist ci ha tenuto a sottolineare, con aria altezzosa, che era un buonissimo prezzo, dice Kata.

L’hotel si chiama Tourist pure lui ed è nella via accanto alla stazione. Il receptionist sembra un misto tra un peruviano ed un egiziano e non è amichevolissimo. Vado io a vedere la stanza: non la trovo nel corridoio illuminato e coi tappeti, bensì in un corridoietto che sembra portare a due sgabuzzini e un cesso, con le porte di compensato grezzo: uno dei due sgabuzzini è la nostra stanza: la apro e mi si para davanti un corridoione con 5 letti, una finestrona in fondo, con vista sulla stazione (si vedono i binari e i passeggeri con le valige), un armadio dove non metterei nemmeno un cadavere e un bagno quasi peggiore di quello del Bristol dove rifiutai di docciarmi.
Alla faccia del buonissimo prezzo...

Ma tant’è, si dorme lì. E le moto a'“Mah, io non le lascerei qui fuori, qualcuno lo fa”, dice l’egitto-peruviano. C’è un garage a pagamento dietro l’hotel. Portiamo le moto, entriamo con titubanza perché non c’è nessuno a cui chiedere, occupiamo il posto di una auto, scendiamo e ci fermano al primo piano, dove c’è invece il gabbiotto dei guardiani, dicendo che le moto non si possono parcheggiare. Scatta un minimo di pantomima e sembra che ci concedano di lasciarle, “Ma non ditelo a nessuno!” ci intima il vecchietto che, se non fossimo ad Anversa, potrebbe essere di Posillipo.

Ma quanto costaa'“14 euro al giorno, quindi se ritirate le moto domani, sono 14 per oggi e 14 per domani, totale 28 euro a testa”. Ma come, occupiamo il posto di un’auto! (E comunque spendere 28 euro, anche in due, mi ruga un casino).

“Ci arrangiamo domattina” è la risposta sibillina del tipo, che ha un mezzo sorrisetto dal quale io e Mik intuiamo che si intaschera' qualcosa lui e patta così.

Evvabbè. Lasciamo i bagagli e nel più breve tempo possibile usciamo dall’orrido stanzone dove ci tocchera' dormire, per gettarci tra le vie del centro.


Anversa è bellissima.

Le vie commerciali si snodano tra imponenti palazzoni, poi c’è la casa di Rubens, poi il centro storico vero e proprio, con case strette, alte e decorate in modo splendido. Ai piedi della cattedrale c’è un mimo travestito da statua che faceva impressione per quanto era veritiero.

Avessimo solo trovato un posto più decente ci saremmo potuti fermare anche il giorno seguente, come a Maastricht. Ci sarebbero molti posti da vedere, ma è solo una toccata e fuga, la assaggiamo solo un pezzettino, magari ci si potra' tornare per un giro dedicato al solo Belgio e alle sue bellissime citta'.

11 AGOSTO 2002
La colazione è meno peggio di quello che ci aspettassimo, vista la stanza. Seduta al tavolo accanto al nostro, una coppia di italiani, siracusani per l’esattezza, ci dice che a loro l’albergo fa un po’ schifo e pensa che dormivano nelle stanze normali!

Mentre Kata va da sola alla volta del Museo della Moda, io e Mik mettiamo via i bagagli, giriamo con la telecamera un filmato-verita' sul degrado della nostra stanza e andiamo a recuperare le moto al garage: come volevasi dimostrare, il simpatico vecchietto di ieri si intasca 10 euro a testa e ci fa uscire dalla parte dove le auto invece entrano.

Tutto il mondo è paese e assomiglia un po’ a S. Giorgio a Cremano.

La strada verso il museo ci mostra quanto Anversa sia carina anche nelle zone a ridosso del centro. E’ davvero un peccato non aver trovato una degna sistemazione ed esserci stati almeno un paio di giorni. Parcheggiamo le moto su un marciapiede e vediamo quasi subito Kata venirci incontro: il Museo aprira' in autunno. Mentre ci vestiamo per partire si avvicina una camionetta della polizia, i due agenti ci guardano, si fermano, ne scende uno e si avvicina. Io gli sorrido, con la “proverbiale”, gli dico che in un minuto andiamo via (siamo certamente in un posto dove non ci deve salire una moto), ma lui dice “Sì, sì, fate pure. Senti… che marca è questo reggibaulettia'No, perché anche io ho un VFR e devo fare un viaggio… Ah, Givia'E’ originalea'Come ti trovi?”.

Troppo da ridere!!! Un poliziotto motociclista eVuferista!

Puntiamo verso l’Olanda, in tasca abbiamo i numeri di telefono che ci hanno dato i Van Der Linden. In un autogrill non distante da Rotterdam facciamo un po’ di telefonate e riusciamo a trovare posto, ma solo per quella notte, in un paesino a 10 km da Amsterdam, verso nord, a 21,6 euro a testa.

Possiamo sederci e mangiare qualcosa, sebbene i prezzi siano davvero alti. Si avvicina un baffuto giovane che lavora all’autogrill, cappellino in testa: “Che moto avete?”. Lui ha un Ninja 12R, ci dice che in Olanda rispettano i limiti, ma tanto poi si va in Germania sulle autostrade per tirare. E’ un tipo alla mano e chiacchieriamo un po’ di moto e di viaggi.

La nostra idea, in avvicinamento ad Amsterdam, è quella di fermarci a vedere Kinderdijk, che significa “diga del fanciullo”, un sito, patrimonio dell’Umanita', dove vedere canali e mulini antichi e molto ben conservati. Il tipo va via e ritorna con un foglio stampato da lui che indica precisamente tutte le uscite e le strade da fare per arrivarci subito. La solidarieta' tra motociclisti la conosciamo ormai bene, ma questo è qualcosa in più e ci fa un sacco piacere.

Molto facilmente arriviamo a Kinderdijk, il tempo è ottimo e ci fa apprezzare ancora di più la bellezza del piccolo paesino… l’Olanda mi sta gia' piacendo tantissimo, i miei occhi si riempiono di casette, stradine pulite, canali percorsi da barche, mucche, pecore, capre, cavalli, asini che pascolano o dormono nei prati, a destra e a sinistra di ogni strada che facciamo.

I mulini della diga del fanciullo sono bellissimi; alcuni sono abitati, ci sono papere, cigni, trampolieri a bordo dei canali, prati verdi, i mulini...

Dopo quasi tre ore siamo ripartiti alla volta di Amsterdam e ci siamo persi nei dintorni, percorrendo solo stradine secondarie; non abbiamo certo trovato la via diretta per tornare all’autostrada ma io ero estasiato dal panorama e non me ne fregava nulla di fare in fretta; abbiamo anche preso un traghettino per attraversare il canalone che stavamo costeggiando da un po’: 2 minuti di traversata!

Dopo qualche problema a trovare la strada che dalla tangenziale di Amsterdam ci portasse a nord, verso Edam, arriviamo alla nostra meta: Broek in Waterland.


Se gia' fino ad adesso l’Olanda mi è piaciuta, con l’arrivo in questo gioiello di paesino di case antiche e stupende, in uno scenario di piccoli canali e pascoli, rischio seriamente di chiedere la residenza lì.

Siamo tutti e tre a bocca aperta, nessuno parla, quando arriviamo di fronte all’Hotel de Bedstede, il bed&breakfast prenotato per quella notte: una casetta fatta di legno, dipinta di blu.

Non c’è nessuno, ma sulla porta lasciata aperta c’è un biglietto con scritto in inglese “Giorgio, entrate e sistematevi, le stanze sono sopra. Va bene la colazione alle 9?”

Dentro sembra una casetta delle fiabe, le pareti pastello, tavoli e sedie colorati, di legno, libri. Saliamo da una ripida scaletta di legno e ci godiamo le due camerette, la singola di Mik e la nostra doppia, mansardate, dalle cui finestrelle a lucernario si vedono sbucare tetti tra fronde di alberi... Ma è un sogno?

Quanto mi dispiace che ci sia posto solo per questa notte. Siamo a 10 km da Amsterdam, si sarebbe potuto noleggiare le biciclette e in 20 minuti essere in citta'...

Due passi nei dintorni, mentre Kata si fa una doccia, mostrano a me e ad un estasiato Mik altro scorci di questo paesino incredibilmente bello: molte case recano sulle facciate la scritta con la data di costruzione, dal XVII al XVIII secolo, perfette, colorate se in legno, curate e graziose anche se in pietra, con le ampie finestre prive di tende e di scuri, tipiche del nord, da cui si vede benissimo l’interno. Dietro una casa piena di fiori, si apre davanti a noi un laghetto (l’Havenrak, sulle cui rive c’è un padiglione di legno del 1656, che ha ospitato Napoleone il 15 ottobre del 1811)… non resisto di più e torno indietro a chiamare Kata, deve vedere anche lei quelle vie con la luce profonda e nitida che c’è verso le ore del tramonto...

Incontriamo il nostro padrone di casa, vestito da medievale, truccato con un occhio nero e con del finto sangue che gli esce dalla testa in compagnia di altri travestiti da medievali, con campanacci, carretto e attrezzi vari: non è carnevale, c’è la festa del paese, durante la quale tante squadre travestite nei modi più vari, si sono date battaglia in svariate prove: la sua squadra, ci dice con orgoglio, ha vinto, quindi stanotte festeggiano tutti al pub, con birra e danze. Peraltro a birra lui sta gia' messo bene!

Noi torniamo a girare in estasi per le vie del paesino e sono quasi le 21.00 quando entriamo al “De Witte Swaen” per cenare. A quell’ora la cucina sta chiudendo, come accade in quasi tutti i ristoranti anche ad Amsterdam. Ceniamo allora con una specialita' locale, i pannenkoeke, delle specie di crepes all’uovo farcite abbondantemente di qualunque cosa uno scelga. Ne basta una e siamo belli pieni e spendiamo il resto della serata al pub dei festeggiamenti, con una birra anche noi.

12 AGOSTO 2002
Anche la colazione è ottima e abbondante, ce ne andiamo via a malincuore.

La ricerca di un posto ci porta dapprima a Monnickendam, poi a Volendam; nel Tourist Information davanti a noi c’è una coppia adulta di italiani, poi una coppia di ragazzi alternativi che in inglese non sanno neppure cosa voglia dire “breakfast”: e cercano un bed&breakfast!!!

La tipa gli deve parlare in italiano (sicuramente imparato nei frequenti viaggi sul lago di Garda)! Ecco, il primo motivo, forse, della non amichevolezza verso gli italiani è che vengono qui che a stento san l’inglese. Il secondo è che vengono quasi tutti ragazzi a farsi le canne e dalla faccia gia' stan sul cazzo a me, figurati a un olandese.

Per noi c’è posto solo in tripla, (70 euro): rivolgendosi a Mik, la tipa dice ridendo: “Vorra' dire che tu vai a farti un giro ogni tanto!”. Ripete la batttuta in olandese anche al telefono con la tipa del bed&breakfast e se la ride; con noi il clima è stato più amichevole.

Per tre notti dormiremo a Oosthuizen a una trentina di km da Amsterdam, oltre Edam, la patria del formaggio giallo olandese.

La statale è incorniciata dai prati zeppi di mucche, pecore, cavalli e asini di cui parlavo prima, a me mette allegria vedere quei musi che ruminano placidi mentre passiamo. Il paesino non è caratteristico, ma le casette sono sempre carine: Leny e Fritz, la coppia di affittuari, sanno un po’ meno l’inglese ma ci si capisce bene. Sono un po’ dei “rabbini”, a giudicare dal fatto che la nostra tripla ha un matrimoniale e un letto a castello e gia' in tre più bagagli non ci si gira, figurati in quattro. Inoltre sul piano ci sono altre due stanze, più altre stanze al piano superiore, per un totale di una dozzina di persone che devono servirsi di un solo bagno. Tra l’altro i nostri compagni di casa sono: una famiglia di Agrate Brianza, due coppie di napoletani e un’altra coppia di italiani, in seguito sostituita da una coppia di francesi...

Come al solito si passa dalle stelle (la casa dei Van Der Linden o la casetta di legno blu a Broek) alle stalle (l’orripilante albergo di Anversa o questa colonia italiana). Ripartiamo alla volta di Amsterdam e riusciamo a lasciare le moto in pieno centro, sull’ Oude schans, un canale del 1520 poco distante dalla Stazione, in cui sono ormeggiate chiatte e case galleggianti.

Il timore che sia un posto vietato è fugato da un motociclista olandese alto due metri che ci da' il benvenuto in citta': ha una enorme Honda Pan-European, chiacchieriamo di viaggi e moto e ci rassicura: lasciarle lì va bene e le moto che rubano di più sono le Harley o simili e le Pan-European!

Da lì inizia una scarpinata che si protrae fino a che le forze sono finite.


Giriamo tutto il centro a piedi, persi tra canali e case bellissime, zigzagando tra turisti e pericolosissime biciclette che non frenano nemmeno per sogno, o ti sposti o ti sposti.

La citta' si presenta in tutta la sua nobile bellezza: i mercanti della Compagnia delle Indie ne hanno fatto una meraviglia architettonica; è bella come Venezia, ma è tenuta molto meglio, si gira a piedi, in bici, in auto, in barca, non ha zone esteticamente brutte, è piena di cose da visitare e quando cala il tramonto si trasforma in una citta' dove innamorarsi… dovunque ti giri, lo scorcio è magico, i canali riflettono le case, la luce gioca con l’acqua, le finestre si illuminano come migliaia di candele e il cuore si smarrisce nella bellezza, specie se sei lì con la persona che ami...

Almeno, questo è quello che ho provato io...

Subito ci appare una grande “fiera di Sinigaglia”, il mercatino di Amsterdam: ci puoi trovare DI TUTTO!

Dopo c’è una bellissima casetta di legno del 1695 in mezzo alla strada sul canale, un pub chiamato Cafè de Sluyswatch di cui mi innamoro solo a vederlo; le nuvole che oscurano il sole ci tolgono il gusto della foto.

C’è un modernissimo edificio, La Stadhuis con a fianco il teatro dell’opera, poi la casa di Rembrant, poi arriviamo all’Amstel, il fiume che crea tutti i canali, immagino, e lo seguiamo fino al Dam, la piazza centrale, zeppa di gente.

Continuiamo a camminare, fotografare, ridere, osservare, uno spuntino al volo in un bar da magrebini, diffidenti all’inizio, stupiti della nostra gentilezza alla fine, arriviamo alla casa si Anne Frank, sul pittoresco Prinsengracht, il canale dei locali e dei caffè.

Ci sono almeno 100 metri di coda, così decidiamo di percorrere a piedi l’Herengracht, uno dei canali a semicerchi concentrici sulle cui sponde si trovano le residenze e i palazzi più nobili, poiché era il canale dei signori, dei ricchi mercanti, dei banchieri, fin dal 1500.

Poi vediamo il villaggio del beghinaggio, da fuori perché gia' chiuso, fino ad arrivare nelle vie dei mille coffee shop, frequentatissimi soprattutto da italiani e in misura minore francesi e spagnoli, tutti con l’inconfondibile sguardo a occhi pallati, un po’ idiota.

Peraltro a tutti e tre è capitato di sentirsi dire, a Milano, “Aaaaahhhhh, vai ad Amsterdam!”, come se il motivo principale di una vacanza qui fosse solo ed esclusivamente quello di farsi una canna. Beh, abbiamo probabilmente stabilito un piccolo primato: siamo tra i pochi esseri umani tra i 25 e i 32 anni che non hanno fumato nemmeno una sigaretta, qui!

Cerchiamo anche il famoso quartiere delle ragazze in vetrina e lo troviamo: ci sono due strade più grandi e le traverse che le collegano, zeppe di coffee shops, vetrine, sex shops, night club con spettacoli hard, ristoranti; le traverse invece sono più marce, in particolare ne abbiamo beccata una con certe facce da galera, gente che sputava per terra, un cinese che chiede a Mik “Cocaine, cocaine”, “Extasy, extasy”, un altro che gli fa (sempre a Mik, che ha la faccia da drugatt, evidentemente) “Toxic, toxic” e Mik risponde “No thank you” e il tipo “Are you sure?”... sì, sì sono sicuro!

Ceniamo molto bene in un piccolo pub che è frequentato da olandesi; il cameriere si fa in quattro per tradurci il menù, è gentilissimo e la cena è ottima. Sulle birre invece devo dire che spesso la Heineken è un po’ gasata. Non ho ancora trovato birre buone come in Danimarca, né come in Finlandia o anche in Germania.

Si torna a Oosthuizen e fa un po’ freschino sulla via del ritorno buia. Tra l’altro, su tutte le strade, in prossimita' degli incroci, ci sono per terra dei rappezzi che formano rettangoli e abbiamo capito trattarsi di sensori annegati nell’asfalto che danno informazioni immediate sul transito e regolano i semafori al momento: così, se da lontano vedi che scatta il rosso, ti avvicini all’incrocio frenando e scatta subito il verde per farti passare, perché magari non ci sono auto che arrivano. Facile, no?

Ma perché da noi queste cose non ci sono nemmeno nella mente dell’amministrazione comunale?


Il fatto di essere in troppi in quella casa è evidente appena svegli: c’è la fila per lavarsi.

Si parte, il tempo è bello e sulla statale ci fermiamo a fotografare le mucche.

Ormai sappiamo la strada e parcheggiamo le moto sullo stesso canale di ieri. Da qui ci incamminiamo verso il centro culturale della citta', il Museumplein: in un’immensa piazza, circondati dall’erba verde e ben curata di un ampio parco, ci sono il Rijksmuseum, alloggiato in un enorme edificio ottocentesco che sembra un castello, stile danese (o forse è Copenaghen in stile olandese?), il Vincent Van Gogh Museum, in un edificio moderno che comunque non stona e lo Stedelijk Museum.

La zona dei musei è bellissima, ampia, le case sempre belle, anche se non si è più in centro. La nostra meta è il museo di Van Gogh, sebbene la fila alla cassa sembrasse da paura. Invece si entra rapidamente, MA si dovrebbe fare un’altra fila per depositare (e poi un’altra fila per ritirare) eventuali zaini, come ci dice disperato un italiano in fila.

No, cazzo, la fila per lo zaino no.
Lo svuoto e lo accartoccio, mi dirigo verso l’ingresso vero e proprio, diretto verso due guardie con la “proverbiale” e chiedo se devo fare la fila per quella roba che ho in mano; “Maybe we have a solution for you” e mi danno un sacchetto trasparente in cui alloggiare lo zainetto, con Mik che se la ride sotto i baffi e Kata che, incredula, non capisce cosa significhi darmi un sacchetto.

Felice di aver eluso le code, mi rendo conto che la tendenza a fare la furbata deve essere proprio nel DNA di chi nasce italiano, ma non so perché, almeno in questo caso, mi sento orgoglioso di me: forse perché mi sembrava davvero una cazzata vietare l’ingresso al mio zaino; cosa ci potrei infilare, “I girasoli”???

C’è tanta gente, si sentono un sacco di commenti in italiano, ma c’è ordine, è incredibile: si percorre il perimetro delle stanze in fila indiana fermandosi davanti ad ogni tela.

E’ un bellissimo museo, è emozionante vedere i capolavori del buon Vincent, ma quanto è triste leggere nel contempo le notizie biografiche sulle nostre guide.

Visitiamo anche un’ala del museo dedicata ad altri pittori e quando la fame si fa sentire usciamo, soddisfatti, per sederci a mangiare un hot dog ai margini del parco.

Tentiamo la casa di Anne Franka'A piedi, per arrivarci, sfioriamo l’ingresso ad un parco, il Vondelpark, lungo 1,5 km, con più di 120 specie di alberi, prati, stagni e circondato di grandi case che formano il quartiere elegante dell’odierna Amsterdam e sembra di stare a Londra, nel quartiere di Chelsea.

La coda per entrare alla Anne Frank Huis (la classica casa stretta, costruita nel 1635, al n° 263 del Prinsengracht) è ancora tanta, mi sa che è sempre così in agosto. Ci mettiamo in fila e riusciamo ad entrare in una mezzora. E’ una visita toccante, anche grazie all’allestimento, che tra scritte, video che girano a rotazione, reperti e le stanze in sé, ti cala nell’atmosfera del rifugio segreto dove la piccola Anne e la sua famiglia, in compagnia di altri amici, hanno trascorso due anni da reclusi, per poi essere scoperti e mandati ai campi di sterminio nazisti.

E’ stato molto emozionante, entrare dalla porta nascosta da una libreria girevole, inerpicarsi sulla scala ripida per arrivare alle stanze, vedere la cameretta di Anne, con ancora appese al muro le foto e i ritagli di giornale degli attori e attrici dell’epoca, i sogni di una ragazzina di 13 anni, che ha saputo scrivere un diario e che avrebbe voluto fare la giornalista o la scrittrice… e l’ha fatto, morendo però a 15 anni a Bergen Belsen. Non deve essere stato facile per Otto Frank, il padre, unico sopravvissuto degli occupanti della casa, di ritorno da Auschwitz, leggere e pubblicare quei fogli. Siamo stati a lungo in silenzio, camminando nelle stanze della casa.


Torniamo alla luce di Amsterdam, strano pensare che su quel marciapiede ci fossero passati soldati che rastrellavano la gente con il fucile spianato.

Facciamo rotta verso le vie pazze del centro, nei negozi di gadgets a comprare qualche cartolina e qualche pensierino.

Perché non ceniamo dove siamo stati ieri seraa'Dai, proviamo a trovarlo, il pub olandese. Con l’unione dei frammenti dei ricordi di tutti e tre, riusciamo a tornarci e mangiamo ancora bene; stasera 2 birre a testa, che con quelle del giorno portano ad una media giornaliera di quasi un litro.

Poi facciamo un giro sui canali, sognamo di abitare in una di quelle bellissime case, mentre il tramonto accende di poesia la citta'… la colonna sonora adatta sarebbe “San Lorenzo” di Pat Metheny.

14 AGOSTO 2002
In teoria oggi il tempo sarebbe dovuto essere più bello di ieri, ma il cielo è coperto a perdita d’occhio. Accidenti, il programma era andare al mare...

Iniziamo il giro dalla grande diga di Volendam. Dal terrapieno si vede il mare interno, il Gouwzee; il paese, la strada e le nostre moto sono ai piedi del terrapieno, un bel paio di metri sotto il livello del mare.

Poi attraversiamo da est ad ovest quel pezzo di Olanda, girando con la telecamera belle immagini della campagna olandese; riviste a Milano non hanno reso del tutto quella sensazione di ampi spazi, l’onnipresenza dei canali navigabili e il dislivello innaturale tra strade, paesini e acque, ma se ci ripenso ce li ho negli occhi; abbiamo attraversato dei bei paesaggi (e alcuni paesi in cui siamo passati erano brutti come sono brutti in Italia; meno male!). La strada taglia alcuni paesini di mare, in tutto simili a quelli delle riviere italiane e quasi all’ora di pranzo siamo a Zaandvoort, rinomata localita' sul Mare del Nord con lunghe spiagge di sabbia coronate da alte dune.

Mangiamo ancora dei pannenkoeke sul viale centrale del paese, che mi ricorda la Romagna. Certamente i più esperti sanno cosa sia Zandvoort: nascosti tra le dune di sabbia si trovano i 4.252 metri del circuito omonimo, dove fino al 1985 si è disputato il G.P. d’Olanda di Formula 1 (quell’anno vinse Lauda con la McLaren-Porsche).

Si ripete la scena di Zolder: anche qui nessun ostacolo ad arrivare fino ai box e anche qui oggi corrono motociclisti che hanno prenotato turni di prove! E’ una sorta di pellegrinaggio per me visitare i gloriosi circuiti dove sono state scritte le pagine della storia della Formula 1 o del motociclismo, sono felice di essere qui. Peccato solo che, visto il cielo coperto, non ci siamo messi il costume da bagno; avremmo invece potuto farci un bel bagno e prendere il sole anche noi.

Andiamo a riprendere Kata e dopo una dozzina di km siamo gia' ad Haarlem.


La citta', attraversata dal fiume Spaarne e da alcuni canali, rivela la sua dolcezza e la sua eleganza; c’è un’atmosfera più tranquilla, una serena calma.

Passeggiamo in centro fino alla Grote Markt, la piazza principale dove ci sono una tenso-struttura che ospita un festival di jazz, la chiesa trecentesca di S. Bavone, il palazzo comunale in stile gotico, anch’esso del XIV secolo e tanti locali con tavolini all’aperto dove molte persone stanno bevendo e chiacchierando.

Il rumore delle voci che si mischiano tra loro è l’unico suono che riecheggia nella piazza e anche noi, dopo un breve giro, andiamo a sederci e a rilassarci bevendoci una buona birra.

Trovo che Haarlem sia davvero graziosa e considerando che Amsterdam dista solo una ventina di km è probabilmente un posto molto ambito in cui abitare.

Sta iniziando a tramontare, dall’autostrada vedo decollare un sacco di aerei dal vicino aeroporto di Schiphol che mi danno quella bella sensazione di infinito, di partenza verso chissa' dove...

La nostra meta è l’Amsterdam Arena, il moderno stadio “decappottabile” (il suo tetto telescopico si apre in 20 minuti) dove gioca il mitico Ajax e dove c’è un museo che racconta la storia del glorioso club. Ci facciamo una foto con le moto nello spiazzo, ma con una sensazione di preoccupazione: poco fa, sulla tangenziale, è scattato un inequivocabile flash rosso. L’ho visto distintamente nello specchietto, in linea con me e Mik a 115 km/h o poco più, ma il limite è 100. Vedremo se le autorita' olandesi avranno buon cuore o se si imbarcheranno a mandarci la multa in Italia.

15 AGOSTO 2002
E’ ora di partire, il nostro posto lo prendono altri quattro ragazzi italiani, del lodigiano. Saluto mentalmente il Waterland mentre percorriamo per l’ultima volta la statale e la miriade di mucche pezzate.

Ci attende un trasferimento lunghetto, per tornare in Germania e arrivare a Colonia, e oggi fa caldo, quasi 30 gradi, dunque il viaggio pesa un po’ di più. Ci arriviamo nel primo pomeriggio, direttamente all’Hotel B&B. Eh gia', quando soggiornammo a Strasburgo, nelle stanze c’era l’elenco di tutti gli hotel di questa catena; moltissimi si trovano in Francia, mentre in Germania ce ne sono pochi, ma uno è alla periferia di Colonia.

La stanza che scegliamo è una quadrupla con soppalco, dove dorme Mik (55 euro da dividere in tre) ed è molto più bella di quella di Strasburgo. Dopo una sacrosanta doccia, si va in centro. Arriviamo senza alcun problema in prossimita' della cattedrale.

Stavolta giriamo il centro con più calma, torniamo sul lungo-Reno, ci rituffiamo nel quartiere della citta' vecchia, ritroviamo luoghi e monumenti che in una sola sera ci erano diventati cari, l’anno scorso.

Ritroviamo senza problemi il pub dove cenammo, è la Brauhaus Sunner im Walfisch. Che bello sedersi di nuovo su quelle panche di legno! Anche stavolta c’è una cameriera simpaticissima e fuori di testa, che in un inglese approssimativo si trattiene con noi, fa battute, ci prende in giro. Mik ordina il piattone da 850 grammi di maiale, io anche, in versione differente, Kata prende l’insalata di pollo, io e Mik ci siamo bevuti tre bicchieri di kolsch, la birra tipica di Colonia, a testa! Stavamo davvero scoppiando, usciti da lì, ma la soddisfazione è stata immensa.

16 AGOSTO 2002
Lungi dal voler pensare che siamo sulla via del ritorno, dopo una bella colazione in un bar di Colonia, partiamo alla volta di Koblenz, per seguire da lì il corso del Reno nella famosa valle omonima.

A Koblenz la Mosella si getta nel Reno e l’attraversamento di un ponte ci da' subito un’immagine della citta' che ci invoglia moltissimo a visitarla ma non abbiamo tanto tempo. Ci fermiamo all’incrocio tra i due grandi fiumi, ci godiamo la vista da un grosso catafalco monumentale, facciamo tante foto e poi iniziamo a percorrere la Valle del Reno.

Ci sono 29 gradi e un sole fortissimo, ci togliamo i giubbotti e trotterelliamo per 40 e più chilometri alla velocita' di 50 all’ora, sbracciati, a goderci lo stupendo panorama del fiume e delle sue ampie anse, su cui si affacciano graziosi paesini, mentre sulle colline riposano antichi castelli e manieri, su entrambe le rive.

La mia mente è sgombra, i miei occhi bevono il paesaggio. Questo posto meriterebbe una vacanza a sé e abbandoniamo con rammarico il tragitto del fiume quando, stando alla mappa, sembra diventare sempre più interessante.

Purtroppo siamo davvero agli sgoccioli del nostro viaggio e ci rimettiamo in autostrada, a velocita' di crociera più elevata, di nuovo verso Friburgo, per spezzare il viaggio.

Arrivati a Freiburg, puntiamo direttamente a Lehen; ormai ci sembra di stare a Milano, per quanto conosciamo la citta'. Zum Hirschen è la nostra prima scelta, perché più bello, ma essendo pieno, torniamo dal nostro amico di Zum Lowen che, si ricorda di noi. con grande e graditissima sorpresa ci da' due stanze ben più belle e più nuove di quelle di due settimane fa, entrambe con il bagno e la doccia in camera! La nostra doppia (55 euro) è all’ultimo piano, mansardata, con vista sui tetti di Lehen.

17 AGOSTO 2002
I quattrocento e oltre chilometri del ritorno mi sembrano immensamente più lunghi dell’andata. In un attimo siamo gia' in Svizzera, poi è lunga.

Non mi va di tornare a Milano, lo so.

Per non far benzina in Svizzera riempio il serbatoio 30 km prima di Basel, ancora in Germania e cerco di tirare al confine italiano. Stabilisco un record inverosimile: in due e a pieno carico con tre bauletti e la borsa da serbatoio, stando sempre nei limiti di velocita', ho percorso la bellezza di 344 chilometri prima di fermarmi all’area di servizio Lario ovest, in Italia. Era entrata la riserva da 45 km, mi stavo preoccupando un po’ di rimanere a secco in autostrada, invece ce l’abbiamo fatta. Il VFR merita un monumento!

Negli ultimi chilometri mi assale la voglia di andare di nuovo via, non appena la guida all’italiana torna prepotente a fare da padrona intorno a noi. Cazzo, anche quest’anno mi attende un lungo periodo di “riabilitazione alla realta'”, una realta' che sta diventando sempre meno tollerabile.

Mi distraggo e penso alle CONCLUSIONI:
  • abbiamo percorso solo 3100 km
  • Abbiamo dormito in 10 letti diversi, spendendo una media di 23 euro a testa per notte
  • abbiamo toccato Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio e Olanda
  • abbiamo visto tante citta', tante realta' diverse, abbiamo anche quest’anno una ricca galleria di personaggi da ricordare
  • io e Kata abbiamo speso 800 euro a testa per due settimane, una media di circa 57 euro al giorno, per tutto (dormire, mangiare, benzina, autostrade, varie ed eventuali)

Andare verso Nord continua ad essere un tipo di Viaggio che mi affascina, ma nonostante l’Olanda mi sia sembrata un posto bellissimo e Amsterdam mi abbia incantato, ERAVAMO TROPPO A SUD!!!